maschere tradizionali

Si avvicina il clou del Carnevale. E visto che quest’anno sarà tutto particolare, entriamo un altro po’ in clima completando il nostro viaggio tra le maschere tradizionali. Dopo quelle del nord, conosciamo quindi le principali del centro e del sud.

Stenterello il toscanaccio

maschere tradizionali
Stenterello

Naso prominente e fisico mingherlino come se fosse “cresciuto a stento” – caratteristiche alle quali deve il suo nome – Stenterello è l’ultima maschera della commedia dell’arte, nata nel Settecento dall’orologiaio e attore Luigi del Buono.

Rappresenta il popolano fiorentino, ironico, con la battuta pronta, impulsivo e orgoglioso, ma anche saggio, ingegnoso, generoso e pronto a schierarsi dalla parte dei più deboli. Alla sua spavalderia, però, fa da contraltare la tremarella, creando situazioni di grande comicità.

Il costume richiama l’origine Settecentesca e ricalca la singolarità del personaggio: giacca e panciotto di colori differenti, pantaloni al ginocchio, calze spaiate, tricorno.

Tra le maschere toscane più famose, però, ci sono anche Burlamacco e Ondina, i simboli del Carnevale di Viareggio. Il primo un mix dei costumi delle principali maschere tradizionali: gli scacchi di Arlecchino, il cappello di Rugantino, la gorgiera di Capitan Spaventa, il mantello del dottor Balanzone. La seconda una bagnante d’epoca.

Rugantino e Meo Patacca da Trastevere

All’ombra del Cupolone sono due le maschere principali: Rugantino, il bullo de Trastevere e l’attaccabrighe Meo Patacca.

Rugantino

maschere tradizionali
Rugantino

È il “bullo de Trastevere“, personaggio romanesco per eccellenza, il cui nome deriva, appunto, dalla sua arroganza. Nasce in realtà come caricatura del “birro”, il gendarme, ma veniva identificato anche con il capo dei briganti. Negli anni è poi diventato lo spaccone del quartiere, scansafatiche e attaccabrighe ma comunque buono, la cui natura si riassume nella frase “Me n’ha date, ma je n’ho dette!”.

Proprio per questa doppia natura, anche il costume è duplice. Una versione riprende la divisa da sgherro, con completo frack rosso e cappello alto; l’altra, invece, ricalca l’abbigliamento del popolano romano: calzoni al ginocchio, camicia, casacca, fascia attorno alla vita e fazzoletto al collo.

Probabilmente per le sue origini romane, Rugantino è una delle maschere più presenti a teatro e sul piccolo schermo e i suoi panni sono stati vestiti da attori del calibro di Nino Manfredi (Qui la sua “Ballata di Rugantino”), Enrico Montesano, Gigi Proietti, Valerio Mastrandrea, Enrico Brignano.

Meo Patacca

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Meo Patacca

Altra maschera tradizionale romana, anche lui trasteverino, Meo Patacca è un simpatico attaccabrighe, piuttosto incline a raccontare spacconate e a provocare risse. Vuole sempre avere ragione, ma è anche coraggioso e ha il cuore tenero. Il suo nome deriva dalla “patacca” la paga dei soldati.

Il suo costume è costituito da una giacca di velluto, un panciotto abbottonato sul lato, una sciarpa colorata in vita a mo’ di fascia, nella quale nasconde il coltello e pantaloni stretti al ginocchio. Completa il quadro un cappello calzato all’indietro e un foulard al collo, oltre al fido fiasco.

La Napoli di Pulcinella e Tartaglia

Nessun articolo sulle maschere tradizionali italiane sarebbe completo senza quella che è la più conosciuta insieme al suo alter ego/antagonista lombardo, Arlecchino: Pulcinella.

Pulcinella

Pulcinella

Il bianco servo napoletano, che s’inserisce di diritto nella tradizione degli Zanni, è uno dei personaggi più antichi della Commedia dell’Arte, le cui origini vengono fatte risalire addirittura a Maccus, delle Atellane romane.

Creato nel Seicento da Silvio Fiorillo, che per il nome si è ispirato al contadino Puccio d’Aniello. Secondo altre ipotesi si tratterebbe invece della storpiatura di un cognome tipico, o trarrebbe ispirazione da “Pollicino” – pulcino – a causa della voce o del naso a becco. Pulcinella nei secoli non solo ha cambiato appellativi (dall’originario Policinella), ma anche costumi: quello bianco attuale, con alto cappello e mezza maschera nera, è stato creato nell’Ottocento da Antonio Petito, il più longevo e prolifico interprete della maschera.

Massimo Troisi è Pulcinella

Pulcinella rappresenta la napoletanità: pigro, opportunista, perennemente affamato, sfrontato, chiacchierone, bastonatore spesso bastonato. Cosciente dei problemi in cui si trova, riesce sempre a trovare una via d’uscita, traendosi d’impaccio con un sorriso e sbeffeggiando i potenti.

Come molte altre maschere è legato anche al teatro dei burattini e delle marionette, di cui è un personaggio emblematico. Come Rugantino è stato impersonato da numerosi attori, tra cui Eduardo de Filippo, Massimo Ranieri e Massimo Troisi, ma anche Pino Daniele nel suo album d’esordio si cala nei panni della maschera in Suonno d’ajere.

Tartaglia

Tartaglia

Come Pantalone e il dottor Balanzone fa parte delle maschere tradizionali anziane, spesso anche lui ritratto come vecchio innamorato. Tratti caratteristici sono la forte miopia e la balbuzie, che sono il fulcro della sua comicità, insieme a una fisicità goffa e corpulenta. Calvo, senza barba né baffi, porta un costume verde a strisce gialle, con un ampio collo bianco, cappello a falde larghe e mantello coordinato. Completa il tutto uno spesso paio di occhiali verdi.

Nonostante sia tipico di Napoli, le sue origini potrebbero essere veronesi, e per apparenza e postura ricorda molto il padovano Menego, pur con una netta differenza di classe sociale. Quest’ultimo, infatti, è un contadino ignorante e ingenuo, mentre Tartaglia è a seconda dei contesti avvocato, notaio, farmacista, uscere o uomo di Stato.

Altri Zanni delle Due Sicilie

Sono tantissime le maschere tradizionali sparse per l’Italia e molte sono quelle originarie delle regioni del Sud, spesso riconducibili, appunto, alla figura dello Zanni, il servo furbo o ingenuo a seconda delle occasioni, spesso pigro e perennemente affamato.

Peppe Nappa

maschere tradizionali
Peppe Nappa

La maschera siciliana più conosciuta. Servo “afflitto” dalla proverbiale pigrizia degli zanni, vorace e beffardo è altresì capace di insospettabili salti e danze acrobatiche. Per la sua golosità ronza spesso vicino alla cucina e accanto ai manicaretti apprezza il buon vino. Il suo nome deriva da nappa, siciliano per “toppa” e dagli anni Cinquanta è la maschera simbolo del Carnevale di Sciacca.

Indossa un costume ampio, formato da casacca e calzoni verdi o azzurri, entrambi troppo lunghi, completato da un cappellino di feltro bianco o verde su una calotta bianca.

Giangurgolo

maschera tradizionale
Giangurgolo

Non è uno Zanni nel senso più stretto del termine, ma deve la prima parte del suo nome a questa figura la maschera tradizionale calabrese, il Giangurgolo. Nata probabilmente a Napoli e importata poi a Reggio, ridicolizza coloro che si volevano atteggiare a cavalieri spagnoleggianti. La seconda parte del nome, infatti, “gurgolo”, si riferisce alla bocca larga degli spacconi (oltre che dei golosi).

 La sua figura è una caricatura dei cavalieri spagnoli siciliani, che si riversarono in grande quantità a Reggio: boriosi, millantatori, arroganti e codardi, abili solo a parole, imitavano l’insolenza dei tracotanti ufficiali conquistatori. Non a caso il suo costume è a righe gialle e rosse e porta una spada al fianco.

Le arcaiche tradizioni sarde

Le tradizioni carnascialesche sarde si discostano nettamente da quelle del resto dell’Italia, con sfilate e figure che non hanno nulla a che fare con la commedia dell’arte, ma si legano piuttosto a una ritualità legata alla natura e all’allevamento.

Mamuthones

Con gli  Issohadores sono le maschere tipiche del carnevale di Mamoiada in Sardegna e una delle ipotesi è che questo rito risalga addirittura all’epoca nuragica. Durante la processione sfilano assieme, ma mentre i Mamuthones avanzano in silenzio, in fila e affaticati, gli Issohadores li dominano e danno il ritmo.

Mamuthones

Mamuthones e Issohadores si manifestano per la prima volta il 17 gennaio, giorno di S. Antonio (non a caso patrono degli animali), giorno che sancisce l’inizio del carnevale. Poi le sfilate si svolgono l’ultima domenica di carnevale e il Martedì Grasso. La processione è preceduta da un momento altrettanto solenne: la vestizione, nella quale gli uomini si trasformano letteralmente nei loro personaggi, indossando prima i diversi abiti e infine la maschera.

Per i Mamuthones il costume comprende “sa visera”, una maschera antropomorfa nera di legno; “su muncadore”, un fazzoletto in lana tibet che copre il capo; “su bonette”, il berretto; “sas peddes”, o “mastruca”, pelli di pecora nera che coprono le spalle e il busto; “sos ‘usinzos”, tipici scarponi in cuoio e, soprattutto, “sa carriga”, 25 kg di campanacci tenuti insieme da cinghie di pelle e trasportati sul dorso.

Mamuthones e Issohadores

Più semplice l’abbigliamento degli Issohadores: “sa visera ‘e santu”, una maschera bianca in legno; “sa berritta”, copricapo tradizionale in panno nero, tenuto fermo da un fazzoletto colorato legato intorno al viso; “su curittu”, una giacca in panno rosso; “sa ‘amisa”, camicia bianca senza colletto; “su pantalone biancu”, calzoni bianchi; “s’issallu”, uno scialletto piegato a modo di triangolo e legato in vita, pitturato o ricamato a mano con fili molto colorati; “sas carzas”, in orbace, che rivestono le scarpe fin sotto il ginocchio; “sa soha”, fune in giunco, che potrebbe dare il nome alla maschera; “sos sonajolos”, una cintura in pelle lavorata a mano con intarsi di vario genere, con applicati dei campanellini o sonagli di piccole dimensioni, indossata in modo trasversale sulla spalla.

Durante tutta la sfilata i Mamuthones procedono lentamente in file parallele, con un ritmo quasi ipnotico, mentre gli Issohadores circondano il corteo, attraendo a sé i presenti con le funi e prediligendo le giovani donne, per le quali è di buon auspicio.

Boes e Merdules

Restando sempre nel Nuorese, queste maschere tradizionali sono tipiche del Carnevale Ottanese. Anche in questo caso, l’origine dei riti si è perduta, ma è probabilmente antichissima e certamente legata al rapporto tra uomo e animale, simboleggiando anche la lotta tra istinto e ragione.

Ancora una volta il carnevale inizia in occasione di S. Antonio, alla vigilia del quale si accende e benedice il fuoco e si manifestano i Merdules. Nei tre giorni di Carnevale, poi, le maschere sfilano assieme e i boes vengono inseguiti, catturati e frustati, inscenando delle vere e proprie lotte.

Boes e Merdules

I Boes sono caratterizzati da una maschera (caratza) intarsiata a mano con coltello e scalpello, che rappresenta il toro, antica divinità punico-nuragica, simbolo di forza vitale. La maschera è realizzata in pero e particolarmente importante è la decorazione della stella a sei punte o fiore della vita. Indossano poi pelli di pecora bianca e una cinghia di campanacci a tracolla, chiamata su “Erru” o “Sonazzos”.

Su Boe

Non molto dissimile l’abbigliamento dei Merdules, che rappresentano l’uomo e di conseguenza indossano una maschera antropomorfa, sempre in legno, con espressioni grottesche e ghignanti. Anch’essi indossano pelli di pecora bianca o nera e sul capo un fazzoletto scuro “Mucadore“. Al posto dei campanacci portano un bastone di legno “Mazzuccu”, una fune di cuoio “Soca“, una sacca di cuoio “Taschedda“.

Con queste affascinanti usanze sarde concludiamo la nostra panoramica, assolutamente non esaustiva, tra le maschere tradizionali italiane.

Appuntamento a prestissimo!

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