maschere italiane

Ti conosco mascherina…recita un noto detto di origine medievale. E il periodo per eccellenza dei travestimenti è senz’altro il carnevale che, dimezzato nel 2020, quest’anno sta passando ancor più in sordina. Tra grandi eventi rinviati e Venezia che manda tutto in streaming e torna alle origini, quando era la festa dei veneziani. Tanto che alcune attività di Confartigianato hanno deciso di offrire oggetti tipici del carnevale, come baute, tricorni, morette e mantelli a prezzi scontatissimi ai residenti. Ma – a proposito di tradizioni – conosciamo davvero le maschere italiane?

maschere italiane
Maschera veneziana con bauta

Arlecchino, Brighella e Meneghino, gli “zanni” lombardi

La commedia dell’arte pullula di servi e popolani, i veri protagonisti dell’azione, tra intrighi e sotterfugi. Arlecchino e Brighella, migliori amici, sono uniti dal mestiere e divisi dalla provenienza: Bergamo bassa il primo, Bergamo alta – come ama sottolineare – il secondo. Milanese, invece, il più pacioso Meneghino.

Arlecchino

Con il “collega” napoletano Pulcinella è la maschera più famosa del carnevale italiano e come lui deriva dalla tradizione degli Zanni. Già tra i romani figure stolte o ridicole, gli Zanni nella commedia dell’arte sono passati ad indicare i servitori astuti (i “primi zanni”, come Brighella) o quelli, appunto, sciocchi. Cioè i “secondi zanni” come Arlecchino e il suo alter ego napoletano, i più famosi per la bravura degli attori che li impersonavano.

Arlecchino

Arlecchino, nella cui figura confluiscono anche i personaggi diabolici della tradizione francese, è entrato di diritto anche tra le maschere veneziane grazie a Carlo Goldoni, che ne “Il servitore di due padroni” lo trasforma da sciocco a servo furbo, malizioso e sveglio.

Domestico del ricco Pantalone, innamorato della servetta Colombina, il suo costume è uno dei più noti e iconici tra quelli delle maschere italiane: maschera nera, eredità del suo lato “diabolico” e abito multicolore. La leggenda vuole che il piccolo Arlecchino fosse un bambino così povero da essere l’unico della sua scuola a non potersi permettere un costume di carnevale. I compagni gli donarono ognuno un pezzetto del proprio e la mamma poté cucirgliene uno uno multicolore.

Brighella

Brighella

Contrariamente al suo colorato concittadino, Brighella non è solo un servo, ma fa una grande varietà di altri mestieri, più o meno leciti, trovandosi di conseguenza in mezzo a mille intrighi. Prototipo di “primo zanni” è un servo opportunista, intrigante, furbo, malizioso e insolente. Privo di scrupoli, può essere crudele e lascivo, fino a diventare ladro, ubriacone e assassino. Non a caso, l’origine più probabile del nome di Brighella deriva dalle parole “brigare” o “briga”, cioè intrigo.

Il suo costume, modificatosi nei secoli, è una livrea da servo bianca, con righe orizzontali e fiocchi verdi.

Meneghino

Meneghino

Personaggio del teatro milanese poi entrato nella commedia dell’arte, anche Meneghino trae le sue origine dal personaggio dello Zanni. A differenza dei “cugini” bergamaschi, però, ha un’indole onesta e sincera, ai limiti dell’ingenuità e viene per questo gabbato dai colleghi più scaltri. Amante della buona tavola, è la maschera milanese per eccellenza, il cui nome è un diminutivo di Domenico (Menegh in lombardo) ma ricorda anche i servi che venivano chiamati solo la domenica dai “mezzi signori”.

Durante le Cinque giornate di Milano del 1848 venne assurto a simbolo di eroismo dai milanesi, dei quali rispecchia anche l’operosità. Durante il Carnevale Ambrosiano sfila insieme alla moglie Cecca, che sfoggia un abito da popolana, con grembiule ed è acconciata con la tipica guazza (raggiera) lombarda. Meneghino, invece, è caratterizzato da  una giacca verde scuro con fodera, orlatura e bottoni rossi; panciotto a fiori, calzoni corti scuri; calze a righe in rosso e un tricorno di feltro orlato di rosso, sopra al parrucchino scuro con codino.

Maschere veneziane

Nella Venezia immortalata da Goldoni si muovono il ricco e burbero Pantalone, la figlia Rosaura e soprattutto la servetta Colombina.

Colombina

Tra le maschere italiane, è certamente quella femminile più conosciuta. Colombina è una domestica devota alla sua padrona Rosaura, disposta a qualsiasi cosa per vederla felice, compreso ad organizzare imbrogli, aiutata dal suo innamorato, Arlecchino. Civettuola, insofferente con i padroni anziani e burberi, sa decisamente farsi rispettare e rimettere al proprio posto gli insolenti.

maschere italiane
Colombina

È l’evoluzione, decisamente più graziosa, della Fantesca, figura nata nel Cinquecento come ruffiana – vecchia e brutta – fino ad approdare al ruolo di consigliera nel Settecento e compagna del Giullare. Non a caso, appunto, diventata più giovane e avvenente, diventa prima la Zagna, compagna dello Zanni, e poi appunto Colombina, sempre moglie o amata di Arlecchino.

Il suo costume solitamente consiste in un corpetto aderente e un’ampia gonna a balze blu, una giacca rossa è orlata da passamaneria blu e un grembiulino bianco, nelle cui tasche cela i messaggi d’amore. Il tutto completato da una “crestina”, copricapo tipico della cameriere.

Pantalone e Rosaura

Quante volte abbiamo sentito dire “Paga Pantalone”? Ecco, il detto deriva appunto dall’arcigna maschera veneziana, nata come i suoi colleghi dalla Commedia dell’arte.

maschere italiane
Pantalone

La sua versione più frequente è quella di ricco mercante, burbero e avaro, sensibile al fascino femminile, che per questo entra in contrasto con le maschere più giovani. È il perfetto antagonista degli Zanni, come Arlecchino. L’altra versione è invece quella di anziano in rovina. In entrambi i casi, comunque, cerca di combinare matrimoni d’interesse per i figli, che spesso vengono mandati a monte da Arlecchino e Colombina, mentre a trionfare è l’amore.

Molto apprezzato a Venezia, come simbolo della borghesia mercantile di successo, indossa lunghi pantaloni attillati neri o rossi, una giubba rossa, una lunga zimarra nera, pantofole ed una maschera dal lungo naso a becco. A completare il costume uno spadino e la “scarsella” contenente i denari.

Pantalone è anche il padre di Rosaura, la padrona di Colombina, giovane avvenente, vanitosa, gelosa, chiacchierona e irascibile, innamorata di Florindo. Un amore ostacolato da Pantalone, che spesso viene comunque gabbato grazie alla complicità di Colombina e Arlecchino. Il suo abito è aristocratico, verde, decorato con fiocchi e nastri rossi.

Gianduja il piemontese

Alzi la mano chi non ha appena pensato ai golosi cioccolatini piemontesi. Che dalla maschera derivano appunto il loro nome, essendo stati ispirati dal suo copricapo.

Gianduja

L’origine di Gianduja non è nella commedia dell’arte, come quella di tante maschere italiane, ma nella fantasia di due burattinai, Giovanni Battista Sales e Gioacchino Bellone, creano nel ‘700 creano Giròni, la marionetta di un contadino bonario in balia degli umori della politica, i cui spettacoli sono intrisi di satira.

Costretti a cambiare il nome, troppo simile a quello del doge genovese prima e a quello di Girolamo Bonaparte poi, il due prendono ispirazione da Giuanin d’la doja (Giovanni del boccale), avventore dell’osteria di Callianetto: è nato Gianduja, contadinotto pacioso amante dei piaceri della tavola. Che, però, come Meneghino diventa simbolo risorgimentale, aggiungendo al suo tricorno la coccarda tricolore.

Oltre al tricorno, dal quale spunta il codino, indossa una giacca marrone bordata di rosso, calzoni corti in tinta, un panciotto giallo e lunghe calze.

Oltre al cioccolatino, sono ispirate alla maschera anche le “caramelle Gianduja”, che davano ufficialmente inizio al carnevale torinese. Queste caramelle ambrate erano prodotte in calderoni di rame con zucchero e aromi di frutta e fatte solidificare in stampi rotondi o direttamente sui tavoli. Venduta in confezioni esagonali, veniva messa al centro della tavola su una superficie dura e rotta con un colpo secco.

Capitan Spaventa, soldato genovese

Capitan Spaventa

Principale maschera del carnevale genovese, Capitan Spaventa è un soldato colto, raffinato ed elegante, la cui vanità è rispecchiata dagli abiti nobili e curati. Sognatore assetato di avventura, fatica a trovare il proprio posto nel mondo e spesso anche a distinguere tra realtà e sogno.

Il suo costume è attillato, a righe gialle e rosse che ricordano i colori dei lanzichenecchi. Indossa poi una gorgiera bianca, un cappello piumato e uno spadone che non usa. I baffoni e il lungo naso fanno invece pensare a Cyrano.

Spesso viene confuso con il bolognese Capitan Matamoros, codardo e sbruffone, che ama vantarsi di imprese inventate e ovviamente mai compiute.

Il dottor Balanzone da Bologna

Balanzone

E a proposito di bolognesi, la maschera felsinea non essere un dottorone dalla sterminata conoscenza? Nella città dove è stata fondata la prima università, il protagonista del Carnevale è Balanzone, dottore in legge petulante e borioso, caricatura dei dotti e saccenti avvocati bolognesi.

Il cui sapere, ovviamente, spazia ben oltre la legge. Ogni occasione, infatti, è buona per vantarsi dei suoi titoli e per sfoggiare il proprio sapere con discorsi lunghi, prolissi, noiosi e piuttosto confusi. Tenuto in alta considerazione dalle altre maschere, viene consultato per pareri legali, che correda con fiumi di parole e consigli di nessuna utilità.

Il suo nome deriva da “bilancione”, il simbolo della legge, e il suo costume è la toga nera con collo e polsini bianchi dei professori dell’università di Bologna, corredata da cappello e giacca neri.

La Famiglia Pavironica

È vero, non rientrano tra le maschere italiane più conosciute, né tra quelle rese famose dalla commedia dell’arte, ma per una modenese il carnevale non può prescindere dall’arrivo in centro storico della Famiglia Pavironica e dallo “sproloquio” pronunciato dal balcone del palazzo del Comune.

Chi è, allora, la famiglia Pavironica? L’origine del nome pare derivare da un episodio svoltosi alla corte estense di Modena nel ‘700. Il duca, infatti, aveva l’usanza di chiamare ogni anno a corte un contadino un contadino per farsene beffe. Finché toccò ad Alessandro Pavironi, che rispose ai nobili commensali con tale arguzia da metterli addirittura in imbarazzo, diventando per questo famoso. Non è quindi da escludere che anche il nome di Sandrone sia ispirato a lui.

Accanto a Sandrone, contadino bonario e arguto, con il buon senso del capofamiglia, ci sono la moglie Pulonia, tipica rezdòra modenese, legata alla cura della casa e della fattoria e Sgorghiguelo, il figlio eterno ripetente, ma furbo.

La Famiglia Pavironica: Pulonia, Sandrone e Sgorghiguelo

I costumi di Sandrone e Sgorghiguelo sono quelli dei popolani del ‘700. Giacca di velluto a coste marrone, pantaloni al ginocchio, calze a righe bianche e rosse, gilet a fiori e scarponi da contadino. La Pulònia, invece, indossa una cuffia bianca, un vestito alla caviglia scuro a fiori vivaci, completato dal grembiule bianco e cuffietta.

Il Giovedì grasso arrivano in città da Bosco di Sotto, località indefinita, per pronunciare il loro sproloquio, nel quale parlano alla folla riunita in Piazza Grande, affrontando ciò che è accaduto durante l’anno, le tematiche d’attualità, punzecchiando gli amministratori locali. E mentre la Pulonia si rivolge al “ragazi”, tocca a Sgorghigulo fare il punto sulla Modena sportiva. E prima di ripartire, non manca mai l’ammonimento a restare vicini alle proprie radici, simboleggiate dalla torre campanaria del Duomo, la Ghirlandina.

 A-v salut Mudnés e come seimper a m’arcmand: tgniv stréch a la piopa, ch’l’è po’ cla piopa èlta e sàcca, pianteda in dl’umbréghel ed Mòdna e ch’l’a-s ciama Ghirlandèina!!!!!

Vi saluto modenesi e come sempre mi raccomando: tenetevi stretti a quella “pioppa” alta e slanciata, piantata nell’ombelico di Modena, che si chiama Ghirlandina!!!!!

Da Bergamo a Modena, vi ho raccontato le maschere italiane fino agli Appennini.

E come per i fantasmi del Nord, Centro e Sud, tra qualche giorno la seconda parte!

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