Tra le tante tradizioni gastronomiche natalizie italiane, in centro Italia ce n’è una che è legata a doppio filo a uno dei grandi della letteratura italiana: il parrozzo abruzzese amatissimo da D’Annunzio. Il questa casellina dell’Avvento ce lo racconta Paolo, collega pescarese e studioso di tradizioni popolari.

La parola, allora, a Paolo

Paolo

Tra i “piaceri” del Vate, il cibo ha un posto privilegiato. E, da abruzzese fino al midollo, don Gabriele da Pescara ne è l’ambasciatore più autorevole. In terra d’Abruzzi, si sa, la buona cucina è tra le principali ragioni di vita. Primi piatti, secondi, salumi, contorni, dolci che, soprattutto nella versione teramana, costituiscono una prestigiosa tradizione certificata da riconoscimenti internazionali. Come quella, tanto per citarne una, dell’UE che, un lustro fa, ha dichiarato la tradizione culinaria della provincia di Teramo come la migliore tra i Paesi comunitari.

Ma quando parli di d’Annunzio parli, soprattutto, del parrozzo abruzzese. Cos’è il Parrozzo? Un dolce a forma di cupola bassa, a base di mandorle e semolino, ricoperto di cioccolato fondente, tanto buono da entrare nei versi del celebre poeta, una prelibatezza, il Parrozzo che troneggia, per il Natale, sulle tutte le tavole degli abruzzesi che, anche in questo periodo sono imbandite con ogni ben di Dio .

È tante bbone ‘stu parrozze nóve
Che pare na pazzíe de San Ciatté
Chìavesse messe a ‘su gran forne tè
La terre lòavurate da lu bbove,
la terra grasse e luistre che se cóce,
chiù tonne de ‘na provole, a ‘su foche
gientile, e che duvente a poche a poche
chiù doce de qualunquea cosa ddóce.
Benedette D’Amiche e San Ciutté!…

Gabbriele

È tanto buono questo parrozzo nuovo
che sembra una pazzia di San Cetteo ( è il Patrono di Pescara)
che abbia messo in questo tuo gran forno
la terra lavorata dal bue
la terra grassa e lucente che si cuoce
più tonda di una provola su questo fuoco
gentile, e che diventa a poco a poco
Più dolce di qualunque cosa dolce. Siano benedetti D’Amico e San Cetteo!…


Gabbriele

parrozzo abruzzese

Ed ecco sancito l’atto di nascita del Parrozzo, con versi efficaci, come solo lui sapeva fare. Un lancio pubblicitario fantastico, una promozione commerciale formidabile, al Vate basta una strofa in nona rima in modo da assicurare, a questa irresistibile prelibatezza, la definitiva consacrazione.

Ma chi è il padre del Parrozzo abruzzese?

È Luigi D’Amico un premiato pasticcere pescarese e fraterno amico di don Gabriele. Dal carteggio tra i due si è riesce anche a datare la nascita della specialità. Questa, infatti, è collocabile nel corso del 1926, quando l’autore delle Laudi invia il madrigale al suo amato compagno d’infanzia. D’Amico conosce bene le doti di comunicatore di d’Annunzio per questo gli manda la sua nuova creatura dolciaria ben sapendo che l’avrebbe pubblicizzata da par suo.

parrozzo abruzzese

Ed ecco la lettera destinata al Vate: “Illustre Maestro questo Parrozzo – il Pan Rozzo d’Abruzzo – vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e mia giovinezza … ho voluto unire queste due offerte – il ricordo e … il dolce – perché conosco il valore di certi ricordi per l’anima vostra”.

In realtà D’Amico omaggia il Vate, soprattutto perché gli dia la sua approvazione. Per la creazione del Parrozzo, infatti, il pasticcere si era ispirato a un pane rustico, detto pane rozzo, pan rozzo, da cui parrozzo, che veniva preparato dai contadini abruzzesi con farina di mais (contrapposto a quello preparato con la farina di grano e riservato alla tavola dei signori), di forma semisferica e cotto nel forno a legna. Dunque partendo dalla tradizione del pane “povero”, fatto, cioè, con la farina di mais, e molto diffuso tra i contadini del tempo, Luigi D’Amico ha trovato spunto per dar vita alla sua gustosa creatura. Aveva, così, usato la forma e i colori, e  riprodotto il giallo del granoturco con quello delle uova, cui  aveva legato la farina di mandorle per evidenziare la ruvidezza del pane e per rendere l’idea del pane abbrustolito tipica della cottura a legna, lo aveva ricoperto con del finissimo cioccolato.

parrozzo abruzzese

La confezione del parrozzo

Un successo annunciato

di cui d’Annunzio è stato capace di accrescere la fama come aveva fatto con altri prodotti. Sulla carta della confezione anche oggi si può leggere bene il testo manoscritto dal Vate. Il Parrozzo è arrivato da allora   sulle tavole di artisti, letterati, politici, gerarchi, dei Reali d’Europa e persino su quella del sommo Pontefice.

Nel dicembre 1934 d’Annunzio, dal fitto carteggio tra i due scrive questo significativo passaggio: “Mio caro Luigi, sempre al mio cuore il tuo parrozzo è come il più profondo sasso della Maiella spetrato e convertito in pane angelico. Non l’offri tu ritualmente all’Arcangelo esiliato? … raccomandami a San Ciattè e a San Brandano. Ti abbraccio”.

parrozzo abruzzese

E poi, si sa: “Egli amava e celebrava i prodotti abruzzesi non tanto perché fosse un buongustaio, ma perché era un modo per ribadire il forte legame con la sua terra. Il dispiacere che il poeta provava per la lontananza da casa e dalla madre, si esprime anche nell’insignificante scelta di un dolce, di un formaggio, di un piatto”.

La magia della neve

D’Annunzio

Ecco per il Vate era un lenitivo alla nostalgia che l’assaliva.  E lo si vede anche da quello che sappiamo del suo ultimo Natale: “È finita la vigilia. Forse a quest’ora la gente è in gozzoviglia. Io sono a digiuno da 48 ore. Vado a cercare un parrozzetto. Lo apro, lo mangio. Assaporo in esso, sotto la specie dell’amarezza, il Natale d’Infanzia”. Insomma, un dolce poetico, caro al Vate.

E la ricetta? Volete provare a vestire i panni del Cavalier Luigi D’Amico e preparare il parrozzo abruzzese?

Ingredienti

6 uova
250 g di zucchero
150 g di semola
150 g di mandorle tritate e non pelate
3 mandorle amare (in alternativa, liquore amaretto)
1 scorza grattugiata di limone
1 scorza grattugiata di arancia
succo di limone
succo di arancia
1 pizzico di sale
150 g di cioccolato fondente
30 g di burro

Procedimento

Tritate finemente le mandorle in un mixer.

Separate i tuorli dagli albumi, montate i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un impasto chiaro e spumoso.
Aggiungete la scorza grattugiata e il succo di arancia e limone, le mandorle tritate e il semolino mescolando bene gli ingredienti con una spatola.

Montate gli albumi a neve ben ferma aggiungendo un pizzico di sale e incorporateli all’impasto un cucchiaio alla volta, amalgamando delicatamente.

Distribuite il composto in uno stampo a semisfera di alluminio di circa 18 cm, imburrato e infarinato.

Lasciate cuocere nel forno pre-riscaldato a 160° per circa 1 ora. Fate attenzione, il Parrozzo deve essere umido, non completamente asciutto.

Al termine della cottura, sfornatelo e mettetelo su una gratella, in attesa che si raffreddi completamente.
Una volta freddo, potete procedere alla glassatura.

Spezzettate il cioccolato fondente e lasciatelo sciogliere con del burro, mescolando bene per evitare i grumi.
Aiutandovi con una spatola, ricoprite la superficie del Parrozzo con il cioccolato sciolto e lasciate solidificare.

Se avete seguito tutte le istruzioni, ora il vostro parrozzo abruzzese è pronto! È il momento di gustarlo, magari accompagnandolo con dell’ottimo liquore  abruzzese: limoncello, nocino o, ancora meglio, qualcosa all’arancia, come l’Aurum pescarese.

Se la storia e la ricetta del parrozzo abruzzese vi sono piaciute, tornate domani per altre sorprese

E se vi siete persi le altre caselline, andate al calendario completo!

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